Questo racconto l’ho scritto nel 2009. Niente ChatGPT, niente modelli linguistici, niente di quello di cui scrivo oggi su questo sito. C’ero solo io, una sera, a immaginare un uomo che diventa codice per arrivare su Marte prima dei robot.

Diciassette anni dopo l’ho dato a un’intelligenza artificiale e le ho chiesto di renderlo più scorrevole — senza toccare le idee, la voce, le immagini. Solo la superficie. Quella che leggi qui è la versione rielaborata; l’originale del 2009, com’era, lo trovi in fondo. Del perché l’ho fatto, e di cosa ho lasciato fare alla macchina e cosa no, ho scritto a parte: Ho dato a un’AI un mio racconto del 2009.

— Carlo, giugno 2026


L’involucro di trasporto del codice sfrecciava verso la stazione orbitale di Marte, a velocità ultraluce. Steve non avrebbe mai immaginato di poter andare così veloce: fino a poco tempo prima, semplicemente, non sarebbe stato possibile.

Sulla stazione orbitale era tutta un’attesa. Aspettavano quel Terrestre partito pochi minuti prima dalla Terra — il loro pianeta d’origine, su cui alcuni di loro non avevano mai messo piede. Il viaggio era possibile, ma ancora lungo e costoso; lui invece era partito da pochissimo, e presto sarebbe sbarcato al centro di calcolo. Il problema non era raggiungere quella velocità. Era sopravvivere alle accelerazioni.

Nel suo involucro Steve non vedeva granché dello spazio intorno, ma tutto stava girando alla perfezione. Era un viaggio sperimentale, il primo del suo genere: erano state messe in campo le migliori tecnologie disponibili per permettere all’uomo di viaggiare nello spazio senza restare legato ai propri limiti.

Fino a quel momento i viaggi interplanetari erano stati riservati ai robot. Solo loro si erano potuti spingere ai confini della galassia, e per questo molti li consideravano esseri privilegiati. Un robot poteva essere incorporato nell’unità di propulsione e viaggiare a velocità altissime senza subire danni. Un uomo no: il fisico organico non lo permetteva.

Negli ultimi secoli la Rete aveva raggiunto una potenza di calcolo infinita, e nuove tecniche di sperimentazione avevano permesso di formulare teorie inedite sulla struttura atomica della materia. Si era capito quale fosse il legame che teneva insieme le particelle quando erano vicinissime, e da dove arrivasse l’energia che le univa. Gli elettroni e le nanotecnologie avevano spinto la conoscenza fino all’infinitamente piccolo. Le malattie erano state debellate; il DNA decodificato, riprodotto, studiato e modificato in mille modi.

Si era persino provato a scegliere in anticipo le caratteristiche dei propri figli. Ma le persone avevano capito presto che non aveva senso predisporre tutto prima: la crescita di un figlio perdeva quel sapore di scoperta che l’uomo aveva sempre conosciuto, fin dall’antichità. Diventava una semplice procedura di verifica — controllare che il “setup iniziale” trovasse conferma nello sviluppo del bambino, e correggere l’errore, il baco come si diceva una volta, se qualcosa non andava. Poi qualcuno aveva intuito il punto: il vero senso della vita era la crescita, la diversità, l’esperienza.

Paradossalmente, i più fortunati erano i bambini delle famiglie povere. Ai loro genitori non era concesso l’accesso alle tecnologie che permettevano di decidere a tavolino quanto sarebbero stati intelligenti e prestanti i figli — ed era proprio questa, ormai, l’unica vera differenza tra ricchi e poveri: poter decidere, o no, il destino biologico e intellettivo della propria discendenza. Selezionare i geni richiedeva risorse di calcolo enormi, alla portata di pochi. Ma non ci volle molto a capirlo: i bambini “poveri” erano quelli con più possibilità di crescere davvero, costretti a confrontarsi con il mondo e a superare ostacoli che gli altri, i ricchi, non avrebbero incontrato in tutta la vita.

Steve era considerato povero. Non era tra quelli che potevano scegliere: lui doveva scegliere sempre, perché le sue risorse erano limitate. E così era perennemente lì, a cercare una soluzione, a tentare qualcosa di davvero nuovo.

Un giorno, mentre studiava i protocolli dei vecchi sistemi informativi, si imbatté in uno di quelli considerati “la fondazione”. Lo trovò affascinante. Era la sensazione che si prova sfogliando una vecchia enciclopedia: leggi cose che sai già, ormai normali per tutti, ma intanto scopri ciò che davi per scontato, torni indietro, trovi la spiegazione di termini che credevi ovvi, capisci il perché.

La casa di Steve era piena di oggetti antichi. Alcuni erano storie scritte su supporto cartaceo, quel materiale raro e misterioso. Una in particolare raccontava di una guerra, e di una battaglia vinta da pochi uomini nascosti dentro un cavallo di legno, portato in dono alla città nemica. L’uomo aveva superato il limite dell’invisibilità molti anni prima; adesso doveva superare quello della velocità della luce, se voleva battere i robot nella corsa allo spazio.

Steve voleva trovare quella soluzione. Sapeva che lo spazio era l’unico fronte su cui i robot potevano vincere: la conoscenza che accumulavano a ogni viaggio stava creando una disuguaglianza enorme tra quelle che all’inizio erano due specie, e che ormai erano diventate due razze. La conoscenza è tutto, e chi ne ha di più può controllare le azioni dell’altro.

Quando era nata la robotica, la preoccupazione più grande dell’uomo era proteggersi da possibili “ribellioni” di quelli che potevano diventare i suoi veri nemici: i robot. Rifacendosi alle tre leggi enunciate da un antico scrittore e scienziato matematico, i robot erano sempre stati costruiti con un meccanismo che impediva loro di fare del male agli umani. Ma una cosa non era stata prevista: che i robot iniziassero ad apprendere, sperimentare e crescere “mentalmente” senza dover per forza condividere ciò che imparavano con i loro creatori.

Nessuna legge era stata scritta in questo senso. Niente impediva ai robot in viaggio nello spazio — là dove l’uomo non poteva arrivare — di tenere per sé le informazioni, le scoperte, le notizie più preziose di quei mondi lontani. Per questo Steve voleva rendere uguali uomini e macchine: dare agli uni le stesse possibilità degli altri, a partire dall’esplorazione dello spazio.

E così, tornando alla storia del cavallo di legno, ebbe la sua idea. Doveva disaccoppiare il corpo dell’uomo dalla gravità e dalle sue esigenze di sopravvivenza: respirare, mangiare, bere.

Mentre si avvicinava a Marte, dentro l’involucro, doveva tenere sotto controllo una cosa soltanto, in continuazione. Non la traiettoria, non la velocità, non l’accelerazione micidiale: il rischio vero era dimenticarsi chi era, durante il viaggio, per quanto breve. La quantità di informazione che lo trasportava dalla Terra a Marte era tale che, se non fosse stato possibile riorganizzarla nella sequenza esatta una volta arrivato, il suo senso di sé sarebbe svanito. Perso per sempre, e con esso la sua vita. L’unico modo che aveva trovato per aggirare il problema del corpo era questo: codificarsi prima di partire, decodificarsi all’arrivo.

Aveva progettato tutto attorno a un’idea molto semplice: di me non deve viaggiare il corpo, ma la mente — la mia coscienza, la mia curiosità. Aveva messo insieme tutto ciò che aveva imparato in anni di studi ed esperimenti, e aveva creato quello che chiamava “algoritmo di disaccoppiamento fisico”. L’interazione tra uomo e macchina era ormai così profonda che si poteva chiedere a una macchina di “tradurre”: codificare l’essenza della mente umana in uno stato quantistico della materia, e poi decodificare quello stato di nuovo in essenza umana.

A parole sembrava facile. Nella realtà i problemi erano moltissimi. Ma Steve aveva deciso di tentare lo stesso, ed era lì, codificato nel suo involucro, con un solo imperativo: non fermarsi mai. Come un programma che, fermato, cessa di esistere — passa da processo vivo a informazione inutile, da buttare per fare spazio al programma successivo. La cosa più importante, per lui, era “girare”: un’altra di quelle parole prese in prestito dai vecchi libri. Solo continuando a girare, come un vecchio programma, sarebbe arrivato a destinazione vivo, sapendo ancora chi era e perché era partito.

Controllando i contatori, Steve capì che il momento era quasi giunto. Sentiva le unità di calcolo del veicolo dialogare con quelle della stazione orbitale per scegliere lo slot di traffico in cui inserirsi e portare a termine il viaggio. Le sentiva davvero: adesso che anche lui era “codice”, poteva ascoltare la lingua delle macchine. Distingueva i discorsi logici, più o meno importanti, più veloci o più lenti, che correvano nelle CPU portando informazioni vitali da un sensore all’altro. Prima di lui, nessun uomo aveva mai potuto ascoltare quelle sequenze — ritmiche, ripetitive, incalzanti o languide. Ora gli arrivavano come musica. Come per il cervello umano la musica è ritmo, frequenza, timbro, accento, così per il codice le sequenze diventano musica quando girano lisce: senza attese inutili, con le giuste precedenze, in armonia tra loro.

Poi arrivò il momento di scendere, di presentarsi a chi lo aspettava. Era pronto. Il suo algoritmo di decodifica era stato provato e riprovato infinite volte; adesso veniva l’ora della verità, quella in cui si sarebbe capito se il processo fosse reversibile o no. Diversamente da quanto aveva temuto alla partenza, non aveva paura: era tutto calcolato, sapeva cosa fare.

La procedura ebbe inizio. Sentiva il codice e l’informazione fluire attraverso di lui; era lui stesso l’agente, il codice che leggeva il proprio io e lo riproduceva in una nuova forma di vita. Alla fine si trovò davanti la delegazione di Marziani che lo attendeva. Li vedeva, lì, meravigliati ed entusiasti per la riuscita dell’impresa. Eppure sentiva che qualcosa non andava, che qualcosa mancava. Non era il corpo artificiale a disturbarlo: erano le sensazioni a essere assenti. Il suo sistema era perfetto. Se voleva silenzio, gli bastava abbassare i sensori audio; se voleva vedere, lo faceva, con o senza luce; se voleva correre, saltare o volare, poteva. L’involucro bio-meccanico gli permetteva tutto. Ma la fragilità del corpo umano — i suoi limiti, le sue esigenze, quelle che a volte rendevano le cose “difficili” — non c’era più. E adesso era tutto troppo facile.

Ce l’aveva fatta. Aveva dimostrato che era possibile: aveva portato il proprio essere dalla Terra a Marte in pochissimo tempo, come nessun uomo prima di lui. Da quel momento, viaggiare sarebbe stato possibile anche per l’uomo, esattamente come per i robot. Ma la vera frontiera, il vero viaggio, non era stato quello tra la Terra e Marte. Era stato il passaggio da un corpo difettoso e limitato a un corpo perfetto, senza esigenze.

Fu allora che l’uomo capì che la sua forza vive proprio nelle sue esigenze: sono loro la vera spinta a esplorare nuovi mondi, a inseguire il progresso in ogni direzione.

Steve era contento, sì. Ma la sua vera nuova esigenza era una sola: tornare a casa. Nel suo vecchio, povero corpo biologico, dove tutto era ancora possibile — vivere, morire, gioire, soffrire, accorgersi dei propri limiti e provare a oltrepassarli con qualche nuova idea.


Diciassette anni dopo ho ripreso questa stessa domanda — cosa resta dell’uomo quando la macchina fa tutto meglio — con i fatti di oggi, in L’AI ha imparato le parole. Adesso punta alla materia. Parole diverse, domanda identica.

Leggi la versione originale del 2009

Testo come l’ho scritto nel 2009, refusi compresi. È il reperto: non l’ho ritoccato.

L’involucro di trasporto del codice sfrecciava a velocità ultraluce verso la stazione orbitale di Marte.

Steve non avrebbe mai immaginato di poter andare a quella velocità e fino a poco tempo prima non sarebbe stato possibile.

Sulla stazione orbitale c’era un senso di attesa, tutti aspettavano quel Terrestre che solo pochi minuti prima era partito dalla Terra, il loro pianeta d’origine, sul quale alcuni di loro non avevano nemmeno mai messo piede. Il viaggio era possibile ma ancora lungo e costoso, il terrestre invece era solo partito pochi minuti fa e sarebbe presto sbarcato al centro di calcolo. Il problema non era raggiungere quella velocità ma riuscire a sopravvivere alle accelerazioni.

Nel suo involucro Steve non vedeva molto dello spazio circostante, ma tutto stava girando veramente molto bene. Il suo era un viaggio sperimentale, la prima volta che veniva tentata una cosa del genere, tutte le migliori tecnologie erano state messe in campo per permettere all’uomo di viaggiare nello spazio senza essere legato ai suoi limiti.

Fino a quel momento la possibilità dei viaggi interplanetari era riservata ai robot, solo loro si erano potuti spingere ai confini della galassia e per questo da molti erano considerati esseri privilegiati.

Un robot poteva venire incorporato nell’unità di propulsione e viaggiare a velocità elevatissime senza subire danni, ma un uomo no, il fisico organico non lo permetteva. Negli ultimi secoli la Rete aveva raggiunto potenza di calcolo infinita e nuove tecniche di sperimentazione avevano permesso di formulare nuove teorie sulla struttura atomica della materia. Si era scoperto quale era il legame, la forza che rendeva atomi le particelle quando erano vicinissime, da dove arrivava l’energia che teneva insieme le particelle, gli elettroni e le nano-tecnologie avevano spinto la conoscenza del mondo all’ infinitamente piccolo. Erano state debellate le malattie, il Dna era stato decodificato e riprodotto, studiato e modificato in differenti modi.

La possibilità di scegliere a priori le caratteristiche dei propri figli era stata provata ma presto le persone avevano capito che non aveva senso predisporre tutto prima. La crescita dei figli non aveva più quel sapore di scoperta e di crescita che l’uomo aveva sempre provato sin dall’antichità. Era diventata più una procedura di verifica che le impostazioni cioè il “setup iniziale” trovasse conferma nella crescita del bambino, e se qualcosa non fosse andato bene si poteva correggere l’errore, il baco, come si diceva una volta. Poi qualcuno aveva capito che il vero senso della vita era la crescita, la diversità, l’esperienza. Paradossalmente i più fortunati erano i bimbi di famiglia povera, nel senso che ai genitori non era possibile accedere alle mirabolanti tecnologie che permettevano di decidere prima come sarebbero stati intelligenti e prestanti i propri figli. Queste erano le uniche differenze tra i ricchi e i poveri, poter decidere il destino biologico e intellettivo dei propri figli.

Infatti questo richiedeva risorse di calcolo enormi e solo chi vi aveva accesso poteva selezionare a monte i geni dei propri figli. Ma non ci volle molto a capire che i bambini “poveri” alla fine erano quelli che avevano più possibilità di crescere facendo esperienze, dovendosi confrontare con il mondo e dovendo superare ostacoli che gli altri, quelli ricchi, non vedevano in tutta la loro vita.

Steve era considerato povero, non era uno di quelli che potevano scegliere o non scegliere, lui doveva sempre scegliere, le sue risorse erano limitate, e per questo era sempre lì a cercare qualche soluzione, trovare il modo di fare qualche cosa di veramente nuovo.

Mentre un giorno era impegnato a studiare i protocolli dei vecchi sistemi informativi si imbattè in uno di quelli considerati “la fondazione”. Lo trovò interessante, la sensazione era quella che si prova quando si legge una vecchia enciclopedia, leggi cose che sai, che ormai sono la normalità per tutti, ma scopri cose che davi per scontate, torni indietro, trovi la spiegazione a termini che consideravi ovvi, capisci il perché.

La casa di Steve era piena di cose vecchie, alcune erano storie antiche scritte su supporto cartaceo, quel materiale raro e misterioso. Una in particolare narrava di una guerra, in cui una delle battaglie venne vinta da pochi uomini chiusi in un cavallo di legno, portato in regalo alla città nemica. L’uomo aveva superato il limite dell’invisibilità molti anni prima e adesso doveva superare il limite della velocità luce se voleva vincere contro i robot nella corsa allo spazio.

Steve voleva trovare una soluzione, sapeva che quello era l’unico fronte sul quale i robot avrebbero potuto vincere, e la continua conoscenza da loro acquisita durante i loro viaggi spaziali stava creando una grossa disuguaglianza tra quelle che inizialmente erano due specie e adesso erano diventate due razze.

La conoscenza è tutto, e chi ne ha di più può controllare le azioni dell’altro.

Quando nacque la robotica, la più grande preoccupazione dell’uomo era quella di proteggersi da possibili “ribellioni” di quelli che sarebbero potuti essere i veri futuri nemici: i robot. Rifacendosi alle tre leggi enunciate da un antico scrittore e scienziato matematico, i robot venivano costruiti da sempre con un meccanismo che impediva loro di fare del male agli umani.

Purtroppo però quella che non era stata presa in considerazione era la possibilità che i robot iniziassero ad apprendere, sperimentare e crescere “mentalmente” senza necessariamente dover condividere la conoscenza e l’esperienza con i loro creatori, gli uomini.

Nessuna legge robotica era stata scritta in questo senso e niente impediva ai robot che viaggiavano nello spazio, dove l’uomo non poteva andare, di tenere per loro stessi le informazioni, le scoperte e le notizie più interessanti di quei mondi lontani. Per questo Steve voleva trovare il modo di rendere uguali uomini e macchine, e un modo era quello di dare le stesse possibilità a uomini e robot nell’esplorazione dello spazio.

Tornando alla storia del cavallo di legno, Steve aveva un idea, doveva disaccoppiare il fisico dell’uomo dalla gravità e dalle esigenze di sopravvivenza come respirare, mangiare, bere.

Mentre si avvicinava a Marte, nel suo involucro, doveva controllare una sola cosa, in continuazione. Il problema non era tanto la traiettoria, la velocità o la accelerazione micidiale ma era il fatto di non dimenticarsi chi era durante il suo viaggio, seppur breve. La quantità di informazione che lo portava dalla Terra a Marte era tale che se per caso non fosse stato possibile riorganizzarla nella sequenza corretta una volta arrivato, il suo senso di sè sarebbe sparito, perso per sempre, e così la sua vita. L’unico modo che Steve aveva trovato per aggirare il problema del fisico era questo: codificarsi prima di partire e decodificarsi all’arrivo.

Aveva progettato tutto secondo un concetto molto semplice: quello che deve viaggiare di me non è il corpo, ma la mente, la mia coscienza e la mia curiosità. E così decise: mise assieme tutte le conoscenze accumulate negli anni di studio ed esperimenti e creò quello che lui chiamava “algoritmo di disaccoppiamento fisico”. L’interazione tra uomo e macchine era tale che si poteva dare la possibilità ad una macchina di “tradurre”, codificare l’essenza della mente umana in uno stato quantistico della materia per poi decodificare lo stato quantistico nuovamente in essenza umana.

A parole sembrava semplice, nella realtà i problemi erano moltissimi, ma Steve, decise comunque di tentare, ed eccolo lì, codificato nel suo involucro del trasporto del codice, a cercare di non fermarsi mai, come un programma per computer che quando viene fermato cessa di esistere come tale, passando da processo vivo a informazione inutile, solo da buttare via per fare posto al prossimo programma da eseguire. Quindi la cosa principale per Steve era “girare”, un altra di quelle parole prese dai vecchi libri; solo continuando a girare come un vecchio programma avrebbe potuto arrivare a destinazione vivo, sapendo ancora chi era e perchè era partito.

Controllando i contatori, Steve si rese conto che il momento era quasi giunto, mancavano pochi istanti all’arrivo, sentiva le unità di calcolo del veicolo spaziale che comunicavano con quelle della stazione orbitale per decidere in quale slot di traffico inserirsi e portare a compimento il viaggio. Proprio così, le sentiva, adesso che anche lui era “codice” poteva ascoltare la lingua delle macchine, poteva distinguere i discorsi logici, di diversa importanza, più veloci, più lenti che giravano nelle CPU e che portavano informazioni vitali da un sensore all’altro del sistema. Prima di allora un uomo non aveva mai potuto ascoltare quelle sequenze, ritmiche, ripetitive, incalzanti o languenti, ma adesso che anche lui era codice, quelle sequenze erano come una musica, come per il cervello umano la musica è ritmo, frequenza, modulazione, timbrica, accenti, per il codice, le sequenze, i programmi, sono musica quando girano lisci, senza inutili attese, con le giuste precedenze e in totale armonia tra loro.

Ma ecco arrivato il momento di scendere, presentarsi alle persone che lo stavano aspettando, lui era pronto, il suo algoritmo di decodifica era stato provato e riprovato tante volte, adesso era venuto il momento della verità, quello in cui si sarebbe capito se il processo era reversibile, bidirezionale o no. Contrariamente a quello che aveva pensato prima di partire, non aveva paura, tutto era calcolato, sapeva cosa fare, come comportarsi.

La procedura ebbe inizio, sentiva il codice, l’informazione che fluivano attraverso di lui, lui stesso era l’agente, il codice che leggeva il suo io e lo riproduceva nella sua nuova forma di vita. Al termine si trovò di fronte alla delegazione di Marziani che lo aspettava, li vedeva, lì davanti, meravigliati e così eccitati per la riuscita dell’impresa, ma sentiva che qualcosa non andava, qualcosa mancava. Non era tanto per il fisico artificiale, robotico, che gli permetteva di muoversi, erano le sensazioni che mancavano, il suo sistema era perfetto, se voleva silenzio lo otteneva, gli bastava regolare il volume dei sensori audio, escluderli, se voleva vedere poteva farlo, con o senza illuminazione, se voleva correre, saltare o volare, lo poteva fare, il suo involucro bio-meccanico gli permetteva tutto. Ma la fragilità del corpo umano, i suoi limiti, le sue esigenze che a volte rendevano le situazioni “difficili”, non c’erano, adesso era tutto troppo facile.

C’era riuscito, aveva dimostrato che era possibile, aveva portato il suo essere dalla Terra a Marte in pochissimo tempo, come mai nessun uomo aveva fatto prima. Da quel momento sarebbe stato possibile per l’uomo viaggiare come lo era per i robot, ma la vera frontiera, il vero viaggio non erano stati quelli tra Marte e la Terra, il vero viaggio è stato quello del passaggio da un corpo difettoso e limitato ad un corpo perfetto, senza esigenze.

Quello è stato il momento in cui l’uomo ha capito che la sua forza vive nelle sue esigenze, quelle sono la vera spinta a esplorare nuovi mondi, a perseguire il progresso in tutti i sensi.

Steve era contento, si, ma la sua vera nuova esigenza era quella di tornare a casa, nel suo vecchio e povero corpo biologico, dove tutto era ancora possibile: vivere, morire, gioire, soffrire, rendersi conto dei propri limiti e provare ad oltrepassarli con qualche nuova idea.

Pubblicato originariamente su Wattpad nel 2009.