Ho riletto un mio racconto del 2009. L’avevo scritto una sera, di getto, e per diciassette anni è rimasto lì dov’era. Si intitola Terra-Marte e ritorno: un uomo, Steve, si fa tradurre in codice — in pura informazione — per attraversare lo spazio a velocità impossibili per un corpo in carne e ossa. Si decodifica, parte, e dall’altra parte ridiventa sé stesso.

Rileggendolo ho sentito due cose insieme. La prima: mi ci ritrovo ancora, l’idea regge. La seconda, meno nobile: certe frasi sono lunghissime, si avvolgono su sé stesse, inciampano. Volevo sistemarle. E mi sono accorto che la tentazione mi metteva a disagio — come se limare quel testo fosse tradirlo.

Allora ho fatto una cosa che nel 2009 non avrei potuto fare: l’ho dato a un’intelligenza artificiale, e le ho chiesto di renderlo più scorrevole. Senza cambiare le idee, la voce, le immagini. Solo la superficie.

Cosa le ho chiesto di fare?

Di fare l’editor, non l’autore. Spezzare i periodi-fiume, sistemare la punteggiatura, togliere le ripetizioni, rendere più nette le transizioni. Niente parole nuove messe in bocca a Steve, niente scene aggiunte, niente frasi mie cancellate nella sostanza. Il confine era chiaro: la macchina poteva toccare come è scritto, mai cosa dice.

Ecco qualche passaggio, prima com’era nel 2009 e poi com’è uscito. Guarda tu stesso dove finisce la limatura e dove comincerebbe il tradimento — perché il secondo non è successo.

2009.

Quindi la cosa principale per Steve era “girare”, un altra di quelle parole prese dai vecchi libri; solo continuando a girare come un vecchio programma avrebbe potuto arrivare a destinazione vivo, sapendo ancora chi era e perchè era partito.

Oggi.

La cosa più importante, per lui, era “girare”: un’altra di quelle parole prese in prestito dai vecchi libri. Solo continuando a girare, come un vecchio programma, sarebbe arrivato a destinazione vivo, sapendo ancora chi era e perché era partito.

2009.

Prima di allora un uomo non aveva mai potuto ascoltare quelle sequenze, ritmiche, ripetitive, incalzanti o languenti, ma adesso che anche lui era codice, quelle sequenze erano come una musica, come per il cervello umano la musica è ritmo, frequenza, modulazione, timbrica, accenti, per il codice, le sequenze, i programmi, sono musica quando girano lisci, senza inutili attese, con le giuste precedenze e in totale armonia tra loro.

Oggi.

Prima di lui, nessun uomo aveva mai potuto ascoltare quelle sequenze — ritmiche, ripetitive, incalzanti o languide. Ora gli arrivavano come musica. Come per il cervello umano la musica è ritmo, frequenza, timbro, accento, così per il codice le sequenze diventano musica quando girano lisce: senza attese inutili, con le giuste precedenze, in armonia tra loro.

2009.

Steve era contento, si, ma la sua vera nuova esigenza era quella di tornare a casa, nel suo vecchio e povero corpo biologico, dove tutto era ancora possibile: vivere, morire, gioire, soffrire, rendersi conto dei propri limiti e provare ad oltrepassarli con qualche nuova idea.

Oggi.

Steve era contento, sì. Ma la sua vera nuova esigenza era una sola: tornare a casa. Nel suo vecchio, povero corpo biologico, dove tutto era ancora possibile — vivere, morire, gioire, soffrire, accorgersi dei propri limiti e provare a oltrepassarli con qualche nuova idea.

Le idee sono identiche. Le immagini, pure. È cambiato il respiro: dove prima c’era un fiato solo, lungo e affannato, adesso ci sono pause. È più facile da leggere. È più mio di prima? No. È esattamente mio come prima — solo che adesso si sente meglio.

E allora non mi ha tolto originalità?

No, e il racconto stesso lo spiega meglio di me. Steve non viaggia con il corpo: viaggia con la mente. Quello che attraversa lo spazio è la sua coscienza, la sua curiosità — il corpo è solo un involucro che lo rallenta. L’AI, su quel testo, ha fatto la parte dell’involucro. L’idea, la voce, lo sguardo del me di vent’anni fa: quelli sono la coscienza, e non li ha toccati nessuno. Ha sistemato il veicolo.

Togliere originalità sarebbe stato sostituire l’idea. Qui è successo l’opposto: l’idea è rimasta intatta, e ha trovato una forma che la fa risaltare di più. Non è meno mia. È mia, e basta, scritta meglio.

Perché allora non l’ha scritto direttamente l’AI?

Perché senza il racconto del 2009 non c’era niente da limare. Prova a chiedere a una macchina “scrivimi un racconto su un uomo che diventa codice per andare su Marte”: otterrai qualcosa di levigato e vuoto, mille volte già visto. Il punto di partenza — quella sera, quell’idea, il parallelo tra il cavallo di Troia e la velocità della luce, l’intuizione che la forza dell’uomo vive nei suoi limiti — quello non lo produce uno strumento. Quello è il carburante. La macchina, il carburante, lo brucia; non lo crea.

È la stessa cosa che dicevo a proposito dell’ingegnere artificiale di Bezos: quando una capacità diventa abbondante, il valore non sparisce, si sposta. La capacità di scrivere frasi corrette diventa abbondante. Quella di avere un’idea che valga la pena scrivere, no.

Cosa mi porto a casa. Ho passato anni a non toccare quel racconto per paura di rovinarlo. Bastava distinguere due cose che continuavo a confondere: l’idea, che è mia e va difesa, e la forma, che è artigianato e si può migliorare. L’AI mi ha aiutato sulla seconda senza mai sfiorare la prima.

Una domanda da tenere lì. La prossima volta che esiti a usare uno di questi strumenti per paura di “perdere autenticità”: quello che temi di perdere è l’idea, o solo la fatica? Perché sono due cose diverse, e una sola delle due ti rende te stesso.

C’è un’ultima ironia che mi piace. Nel 2009 ho scritto che la forza dell’uomo vive nelle sue esigenze, nei suoi limiti. Diciassette anni dopo, ho usato una macchina per oltrepassare un mio limite — il modo in cui scrivevo allora — e il racconto non ne è uscito meno umano. Ne è uscito più leggibile, e identico nell’anima. Come Steve, sono andato e sono tornato. E sono ancora io.

Leggi il racconto: la versione originale del 2009 e la rielaborazione.