Stefano, il mio socio che in TechMakers segue l’hardware, questa settimana ha progettato la nostra prossima scheda elettronica parlando con un’intelligenza artificiale. Le ha detto cosa doveva fare. Dal prompt al pezzo finito alla porta dell’ufficio, in un passaggio solo. Niente tavolo da disegno, niente settimane di revisioni. Lui ha descritto, la cosa è arrivata.

L’ho visto succedere un mercoledì qualunque. E mi è tornato in mente un numero che avevo letto quella mattina: dodici miliardi di dollari.

Cosa vogliono costruire con dodici miliardi?

Un «ingegnere artificiale»: un’intelligenza che progetta oggetti fisici — motori, edifici, componenti — invece di mettere in fila parole. Il numero è di Jeff Bezos, che dopo Amazon e Blue Origin si è messo a capo di una nuova creatura, Prometheus, insieme allo scienziato Vik Bajaj: dodici miliardi raccolti in un colpo solo, a una valutazione di quarantuno. Ma non è la cifra ad avermi colpito. È che vogliono fare, su scala planetaria, la stessa cosa che Stefano ha fatto sul nostro banco.

Lo hanno chiarito quasi con fastidio: «non ha niente a che fare con la robotica». Bezos l’ha definita «una versione modernissima del CAD», il software con cui gli ingegneri disegnano. Con una differenza: questa non impara dai manuali, impara dalla fisica del mondo reale, dai test, dai processi di produzione delle aziende. Perché un motore a reazione, o un ponte, non li progetti con le parole. Li progetti con forme, forze, campi che cambiano nel tempo dentro uno spazio a tre dimensioni. È un’altra lingua. E loro vogliono insegnarla a una macchina.

Perché è il gradino che tenevo lontano?

Perché dopo l’informazione e la conoscenza, la materia è l’ultimo stadio di una cosa che ripeto da anni: tutto, prima o poi, diventa software. Lo fa per gradi. Prima è diventata software l’informazione — un fatto compiuto, lo diamo per scontato. Poi ha iniziato a diventarlo la conoscenza: è ciò che accade adesso, con i modelli che ragionano, scrivono, programmano. Il gradino successivo, quello che tenevo in fondo all’elenco con una data vaga e lontana, era la materia. Il momento in cui il software smette di descrivere le cose e comincia a generarle.

Prometheus prende quel gradino lontano e lo avvicina di colpo. Non dico che ci riusciranno. Dico che qualcuno con i mezzi per provarci sul serio ha deciso di provarci. Il mare, da quella parte, ha appena cominciato a ritirarsi.

E se ci riescono davvero?

Allora la cosa più rara che conosco — il sapere ingegneristico accumulato in decenni dentro le teste e i cassetti delle aziende — comincia a diventare abbondante. E quando una cosa rara diventa abbondante, il suo prezzo crolla. Questo è l’esercizio che conta: non se è sopravvalutato o se Bezos voglia somigliare a Musk — domande legittime, ma piccole. La domanda vera è cosa succede se progettare un oggetto fisico complesso smette di essere il collo di bottiglia e diventa qualcosa che si fa in fretta, a basso costo, chiedendolo a una macchina.

Non è fantapolitica: nel software è già così. Oggi anche un gestionale su misura si “produce a macchina”, in un decimo del tempo e spesso meglio di quello scritto a mano. Quello che è successo al codice sta per succedere alle cose. Non è la storia di un robot che ti toglie il posto domani mattina. È più lento e più profondo: la materia di cui è fatto il tuo vantaggio competitivo che cambia stato.

C’è poi un’ironia. Bezos ripete che Prometheus «non ha niente a che fare con la robotica», e tecnicamente è vero. Ma se progettare diventa facile per tutti, progettare robot diventa facile per tutti. Quando una cosa costa meno, se ne fa di più. Sempre.

A chi conviene il tuo know-how?

A chi addestra questi modelli: il know-how del mondo reale è il loro carburante. Un dettaglio, in quello che hanno raccontato, continua a tornarmi in mente. I dati per addestrare l’ingegnere artificiale in parte se li creano da soli, in parte arrivano «dalla collaborazione con aziende che stanno migliorando i loro processi». Tradotto: qualcuno quel carburante lo metterà nel serbatoio.

La domanda, per chi quel know-how lo possiede, è semplice: lo sta vendendo, regalando o custodendo? E soprattutto — se ne sta accorgendo?

Quello che mi porto a casa

Dovrei essere l’ultimo a preoccuparmene. Vendo software da trent’anni; un mondo in cui tutto diventa software è, sulla carta, il mio mondo. È proprio per questo che ho imparato una cosa: quando una capacità diventa abbondante, il valore non sparisce, si sposta. E quasi mai si sposta dove te lo aspetti.

Si sposta, credo, verso le cose di cui un modello non risponde a nessuno: la relazione, la fiducia, la responsabilità, la firma in fondo a una decisione. Le cose che hanno valore proprio perché qualcuno, con i suoi limiti, ci mette la faccia.

Su questa stessa domanda — cosa resta dell’uomo quando la macchina fa tutto meglio — avevo scritto un racconto nel 2009: Terra-Marte e ritorno. Le parole erano altre; la domanda, la stessa.

Cosa fare oggi. Niente da correre a comprare. Solo una domanda da tenere lì: quanto del mio valore è «sapere che un giorno si potrà digitalizzare», e quanto è altro — relazione, fiducia, responsabilità, le cose di cui un modello non risponde a nessuno?

Domande da esplorare. Se progettare la materia costa quanto scrivere un testo, dove si sposta il valore — a monte, sui dati, o a valle, su chi ci mette la firma? Cosa, nel mio mestiere, non si lascia ridurre a dato?

Stefano, intanto, ha la sua scheda. Su scala Bezos è una scommessa da quarantuno miliardi; sulla mia, è già un mercoledì qualunque. La domanda che mi tengo è una sola: sto guardando il mare ritirarsi, o sono ancora qui a raccogliere conchiglie?